PERCHE’ E COME IL MEDIO EVO NEL CINEMA

Credo che la prima definizione di cinema che si possa trovare nel passato sia riconducibile proprio al Medio Evo, grazie al parole del grande Maister Eckahart: "Ciò che l’occhio vede deve essere trasmesso all’animo attraverso un mezzo: tramite le immagini".

Ciò che l’occhio riproduce infatti in qualità di freddo organo della vista, ha bisogno di essere interpretato, analizzato e quindi rappresentato per poter giungere fino al nostro "animo", generando in ogni persona una diversa sensazione; un effetto portato da una causa che è l’immagine. È vero che questa definizione si può rapportare a qualunque tipo di rappresentazione artistica, ma quale maggiore completezza è rappresentata dalla magia delle immagini in movimento, dai suoni, dalla musica o dal silenzio della scena di un film? Luce proiettata su uno schermo attraverso un sottile nastro di celluloide. Un concetto estremamente facile che ha radicalmente cambiato la cultura dei nostri giorni, spesso proponendoci proprio la cultura stessa reinterpretata e riscritta.

Così come la luce viene filtrata attraverso la celluloide, eventi del nostro passato che fanno parte del nostro bagaglio genetico vengono filtrati da produzioni cinematografiche più o meno azzardate, pronte a riproporci fatti e personaggi presuntuosamente realistici.

Il cinema, pur essendo un mezzo di comunicazione altamente sofisticato ma basato inevitabilmente su una implicita interpretazione della realtà, resta influenzato dagli archetipi della nostra società. Uno di questi è il fascino della storia, per quel passato al quale l’uomo di oggi è ancora ancorato e nel quale si trovano le origini della nostra società: il Medio Evo.

Convenzionalmente iniziato con "l’ingresso in scena" di Odoacre, rappresenta comunque la fine dell’èra antica per la quale mancano ormai troppi anelli alla catena di una conoscenza che è andata perduta. Con il periodo feudale ma soprattutto la conseguente epoca dei Comuni, il Medio Evo ha messo in moto meccanismi che in realtà non hanno ancora cessato di funzionare oggi. La maggior parte delle città del nostro continente rispettano ancora la forma e le proporzioni medievali; l’economia, la politica e la diplomazia stessa che oggi conosciamo hanno le origini quei troppo romanzati mille anni della "era di mezzo"; infina, prima della ricchezza del Rinascimento e della conseguente decadenza dei barocchismi, il Medio Evo è stata l’ultima espressione della cultura occidentale "pura". Proprio in questo il suo fascino è eterno: la sintesi di forme e simboli che fanno parte dell’uomo tanto da sembrare che siano stati creati con esso. La forma di una spada o lo stagliarsi dei merli di un castello sono due segni che ogni bimbo sembra già riconoscere ed inquadrare in una loro precisa dimensione, diventando così quelle "immagini" che Eckahart indica come tramite tra l’occhio e l’animo, quegli "archetipi" che facendo parte della nostra vita non potevano mancare nel cinema.

La cinematografia legata al Medio Evo è costellata di tentativi più o meno riusciti di una ricostruzione storica, ma, considerando l’idea che la storia è già necessariamente un’interpretazione, si deve ammettere lo strano evento della "interpretazione" di una "interpretazione" che per la maggior parte delle volte si trasforma in un puro intrattenimento. Le opere più apprezzabili, a parer mio, sono dunque quelle che esasperano l’intenzione artistica dell’epoca, che non quelle che subdolamente ricche di nomi e date spacciano il volto di qualche attore famoso per l’incarnazione di un eroico condottiero. Viva dunque un sano "Branca! Branca!…" contro l’eco del grido di libertà (per quanto coinvolgente e spettacolare!) di centinaia di comparse in kilt…

Il pericolo più evidente della commercializzazione della storia medievale nel cinema è dunque quello di vedere riproposto e stravolto per diventare un evento di massa, un passato fatto di uomini reali, i cui corpi giacciono ancora nelle loro tombe. Il film "storico" non viene presentato come stimolo ad una ricerca più approfondita, ma come l’autentica versione dei fatti, condizionando le nuove generazioni e chi comunque no possiede una cultura specialistica.

Come in ogni settore industriale, esistono degli imprenditori che riescono a trascinare e spesso a monopolizzare il mercato. Nell’industria del cinema questo ruolo spetta agli Americani che, avidi di passato, hanno triturato nozioni storiche con favole di ogni genere, sfornando e quindi immettendo nel mercato una serie di prodotti che spesso incontrano il favore del grande pubblico. Riscrivono così un passato che non è il loro, proponendolo come ricostruzione storica quando ha la stessa valenza di un film di fantascienza.

L’evoluzione della comunicazione iconografica ha allontanato la contemplazione dell’austerità ed apparente immobilità di un affresco a favore del più immediato schermo di una sala cinematografica che non si propone però come il mezzo per giungere alla Verità, ma la verità stessa. Il danno che ne consegue è probabilmente la perdita graduale e completa dei legami con coloro che sono vissuti prima di noi, a vantaggio di un passato fatto di castelli impossibili, enormi e pesanti spade, Normanni con armature da Lanzichenecchi e soprattutto "buoni" che devono sconfiggere il cattivo di turno. Come se basassimo la nostra cultura storica sui racconti dei cantastorie, avendo perso la coscienza del quadro storico e sociale nel quale le stesse storie sono nate.

Fortunatamente il Medio Evo non ha creato soltanto draghi e falsi condottieri ma nelle mani di veri maestri ha permesso la realizzazione di capolavori assoluti.

Il passato non viene usato per la rilettura del passato, bensì dell’epoca in cui viviamo, proiettando temi sociali, esistenziali, religiosi, in una dimensione che consente di creare l’evocativa atmosfera di un mondo lontano; più riflessivo quanto più crudo, immerso in un vocabolario di simboli ancora chiari e sacri. Possiamo assistere così allo sguardo smarrito di un eccezionale Max von Sydow ne "Il Settimo Sigillo" del geniale Bergman, alla distorta e silenziosa visione di un torneo del "Tristano e Isotta" di Bresson, o alla sacralità della fusione di una campana nello sconvolgente "Andrei Rublev" di Tarkowskij .

Senza voler entrare in immeritati paragoni, nella mia breve filmografia ho cercato di "interpretare" il Medio Evo proprio proponendo un’atmosfera, più che una forse impossibile ricostruzione storica, per comunicare, grazie ad un’epoca che comunque mi appassiona, temi, emozioni e sentimenti che in un mondo diverso dal nostro possono essere realmente "incarinificati" nella vita di un personaggio inventato. Nei due cortometraggi: "Dies Irae" e "Il Terzo Strato", ho voluto affrontare rispettivamente il rapporto tra l’uomo ed il principio della giustizia inscenando un’ordalia tra due cavalieri, e l’illusione di falsi ideali in una sventurata cerca.

Nel lungometraggio "La Via della Gloria", il Medio Evo viene invece fin da subito affrontato come il sogno della protagonista del film: una ragazza dei nostri giorni, che si trova poi a vivere l’età di mezzo in prima persona. Pur essendo un film incentrato su precisi riferimenti territoriali, l’"avventura storica" è popolata dei personaggi immaginari nei quali la protagonista proietta tutti i suoi disagi e sensi di colpa causati da un mondo come quello contemporaneo, che funge da occhi Eckahartiano al quale sono necessarie le immagini del Medio Evo onirico per essere messo in contatto col nostro animo.

Il cinema continuerà ad esplorare il mondo medievale per quel fascino immortale che scaturisce dalle nebbie del passato. Il mio modesto augurio è quello di assistere a rappresentazioni spettacolari quanto oneste nella loro presunzione, per godere senza rabbia della visione di un realistico castello, nel credibile uso di una spada, o del puro intrattenimento di un’opera dichiaratamente fantastica.

Stefano Milla – settembre 2000